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Data domenica 19 agosto 2018
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SRI LANKA - FRA EREDITÀ DEL PASSATO E BELLEZZE NATURALI con anche programma di viaggio del Club dei Viaggiatori Sri Lanka significa «Isola splendente», nome quanto mai appropriato per questo piccolo bel Paese asiatico dalla natura generosa e dalla lunga storia, e ricco di testimonianze artistiche di valore. In più questa è terra di buddisti fra indù (India) e musulmani (Maldive), e perciò dai costumi particolari, accentuati dall'essere un'«isola» non solo geografica, ma anche culturale rispetto ai vicini. Tutto, poi, qui è a portata di mano: bastano brevi spostamenti per passare dal mare alla montagna, dalla città al villaggio, dalle antiche capitali alle sacre grotte, dal presente al passato. Video: https://youtu.be/lZjfkmu3mSg Docuvideo - Coi locali lungo un particolare itinerario ... in treno: https://youtu.be/s8VNJ88AFWw Geografia e ambiente Sri Lanka (già Ceylon) è un’isola di 65.610 chilometri quadrati, nell’Oceano Indiano, a sud-est della penisola indiana dalla quale è separato dallo stretto di Palk, largo una quarantina di chilometri. La zona montagnosa, la centrale, s’innalza a terrazzi e occupa circa un terzo dell’intero territorio. É circondata da pianure, estese soprattutto al nord. Le cime più alte, tutte comprese nel massiccio centrale, sono il Pidurutalagala (2524 metri), il Kirigalpatta (2395 metri), e lo Sri Pada (2243 metri), detto anche «Picco d’Adamo» per una leggenda che fa risalire al primo uomo un ampio solco, simile all’impronta di un piede, che si trova alla sommità del monte ed è meta di pellegrinaggi. Nel massiccio centrale sono le sorgenti di tutti i fiumi più importanti che si irradiano per ogni parte dell’isola. Il principale, il Mahaveli Ganga (ganga=fiume), ha un corso di 335 chilometri e sfocia presso Trincomalee, sulla costa orientale. Poco a nord di Colombo, la capitale, sfocia il secondo fiume dell’isola, il Kelaniya Ganga. Preziosi sono i fiumi che scorrono nelle pianure alluvionali del nord, le acque dei quali, raccolte in laghi artificiali (molti risalgono a tempi antichi), rendono fertile la regione. Lungo le coste, quasi tutte piatte e con circa mille chilometri di spiagge, e dietro le dune prodotte dall’azione del mare, si trovano estese lagune. Numerose le penisole e le isole presso le costiere nord-occidentale e settentrionale. Il Ponte di Adamo è un bassofondo marino, lungo trenta chilometri, che si protende verso l’India con scogli e sabbia fino a collegare la costa con l’estrema isola di Manaar. Il nome risale a una leggenda secondo la quale di qui sarebbero passati Adamo ed Eva che, cacciati dal Paradiso Terrestre, si sarebbero rifugiati sull’isola. Quasi del tutto asciutto durante la bassa marea, durante l’alta è sommerso da oltre un metro d’acqua. FRA SPLENDORI E TRIBULAZIONI Dal mito ai regni buddisti L’isola era già conosciuta dagli antichi e la sua storia si perde nel mito. Per non andare troppo lontano, secondo una leggenda araba i primi abitanti dell’isola furono Adamo ed Eva, che qui si rifugiarono dopo la cacciata dal Paradiso Terrestre. Secondo il Ramayana, il più importante poema epico-mitologico indiano, qui risiedevano dei e demoni. Il Buddha stesso, si dice, vi soggiornò tre volte. Fin qui il mito, mentre le prime notizie storiche risalgono al 483 a.C., quando sull’isola sbarcò il principe indiano Vijaya, figlio del re Sinha Bahu (sinha significa «leone» in sanscrito), fondatore della prima dinastia di regnanti singalesi. Da lui derivò il nome sanscrito di Sinhaladrupa (cioè «Isola dei leoni»), e da questo il successivo nome Selan e l’inglese Ceylon. Il leone, poi, restò nella bandiera nazionale anche quando il nome del Paese divenne l’attuale Sri Lanka, che significa «Isola splendente». Dal III secolo a.C. nel Paese è un continuo susseguirsi di regni prosperi, di invasioni e lotte. Si diffonde la dottrina buddista che sostituisce la fede indù presso la gran massa della popolazione, contribuendo a far nascere un popolo nuovo, diverso dai vicini Indiani che restano induisti e dai Maldiviani che si convertiranno all’Islam. Il periodo coloniale L’Europa si afferma sull’isola con i Portoghesi nel 1605. I nuovi conquistatori, nel tentativo di imporre il cristianesimo, si scontrano immediatamente coi locali che sollecitano l’intervento degli Olandesi per cacciarli. Dopo una lunga lotta, nel 1658 il Portogallo perde la supremazia dell’isola, sostituito dall’Olanda. Il primo periodo del dominio olandese è tranquillo: la pacifica convivenza promuove addirittura molti matrimoni misti fra immigrati olandesi e donne locali, al punto che nasce il nuovo e importante gruppo etnico dei Burghes. Poi la situazione precipita: il malcostume, la corruzione, il crescente sfruttamento della popolazione generano ribellioni sempre più frequenti e sanguinose delle quali approfittano gli Inglesi, nel 1795, per cacciare gli Olandesi e imporre il proprio dominio. Nel 1835 l’isola diventa colonia britannica col nome di Ceylon, e tale resterà fino al 1947 quando, con il Ceylon Indipendence Act, si avvia il lungo processo di autonomia che culminerà solo nel 1972 col riconoscimento dell’indipendenza. La Repubblica Nell’euforia della conquistata libertà, in un primo tempo tutte le forze che a essa avevano aspirato (conservatori e progressisti, buddisti e indù) si ritrovarono insieme nell’United National Party (UNP), il partito dell’unità nazionale guidato da Stephen Senanayake. Presto, però, i contrasti sulla linea politica, specialmente in economia, portarono alla scissione della parte riformista (di impronta populista-laburista) capeggiata da Salomon Bandaranaike, che fondò lo Sri Lanka Freedom Party (SLFP). Con un programma basato sul consolidamento dell’identità nazionale, sulla nazionalizzazione dei settori economici più importanti, sulla ridistribuzione della terra, sulla scolarizzazione e l’assistenza medica di massa, lo SLFP vinse le elezioni del 1956, ma due delle prime riforme del nuovo governo (il Buddismo dichiarato religione di Stato e il singalese adottato come lingua nazionale) suscitarono immediatamente lo scontento dell’importante minoranza tamil, induista, che non solo veniva colpita nell’orgoglio etnico, ma che, praticamente, veniva pure esclusa dagli impieghi nell’amministrazione pubblica, nell’esercito e nella scuola. Certamente istigati anche dall’UNP, nel 1957 i Tamil insorsero. La sommossa, durante la quale morirono centinaia di persone, fu soffocata, ma l’insofferenza fra le due etnie divenne odio. Mentre nel Paese cresceva anche il malcontento per la troppo lenta attuazione delle riforme promesse, altro gravissimo motivo di tensione fu l’assassinio di Salomon Bandaranaike nel 1959, a opera, si disse ma non è certo, di un bonzo rigido tradizionalista che non aveva perdonato al Bandaranaike l’espropriazione delle terre dei monasteri. L’ucciso per i suoi seguaci divenne un martire, un eroe nazionale, e alla sua moglie Sirimavo toccò il compito di proseguire l’attuazione del programma avviato dal marito. Il governo della signora Bandaranaike, però, si segnalò per il progressivo peggioramento della situazione finanziaria che portò il Paese sull’orlo del collasso. È seguito un lungo periodo cupo fra politiche liberiste e comuniste, scontri sociali, feroci episodi terroristici, spietate repressioni, il rincrudirsi del conflitto razziale fra singalesi e tamil. Nel tentativo di porre rimedio alla situazione disperata, i Singalesi hanno affidato il governo del Paese ora all’uno ora all’altro dei due partiti maggiori, ma solo alla fine degli anni Ottanta, con lo slogan «A voi i profitti, a noi lo sviluppo», il presidente Ramasinghe Premadasa dell’UNP riuscì a ravvivare l’economia isolana col suo programma incentrato sui prestiti internazionali, sugli investimenti esteri e il mercato libero. Non senza resistenze interne, però, a opera del movimento JVP, operaista-rivoluzionario con propensione al terrorismo, contro il quale promosse una sanguinosa repressione che ha contato decine di migliaia di morti e che, forse, è stata la causa del suo assassinio, avvenuto nel 1993. Alla scomparsa di R. Premadasa ha fatto seguito l’ennesima rinascita dei Bandaranaike, e più precisamente delle Bandaranaike, questa volta non più socialcomuniste, ma convertite al libero mercato e all’iniziativa privata. La situazione si è a lungo incancrenita vedendo un Paese diviso in zone di influenza distinte. Il nord, di fatto abbandonato a se stesso, con la diffusa ma sempre più depotenziata presenza delle «tigri» del movimento Liberation Tigers of Tamil Eelam (LTTE), noto anche come Eelam Tamul (cioè «Patria Tamil»), di quel Velupillai Prabhakaram che è stato accusato dell’assassinio di Rajiv Gandhi (1991), reo di aver favorito un accomodamento col governo di Colombo. L’est, popolato da induisti, buddisti e musulmani, alla continua ricerca di non venire coinvolto nella guerra civile, anche se ne ha risentito pesantemente gli effetti negativi. Gli altri due terzi dell’isola (il centro e il sud), sconfitto il movimento del JVP e messa in secondo piano la contesa coi Tamil, hanno ripreso il loro sviluppo economico dopo le devastazioni dello tsunami del dicembre del 2004. Proprio gli effetti del maremoto nelle basse terre del nord hanno finito col decretare la sconfitta delle Tigri, non in grado di fronteggiare le distruzioni e gli immensi disagi delle popolazioni tamil. Perso l’appoggio popolare, infatti, il 18 maggio del 2009 è terminato anche il conflitto armato tra le forze governative e l’LTTE, con la sconfitta militare del movimento. Il processo di lenta normalizzazione si è consolidato con la graduale eliminazione dello stato di emergenza e la rimozione delle limitazioni ai viaggi nella provincia settentrionale dell’isola, anche se è comunque ancora consigliabile valutare attentamente ogni decisione di viaggio nei distretti di Jaffna, Kilinochchi e Mullaittivu. POPOLAZIONE Degli oltre ventuno milioni di abitanti, la maggioranza (74%) è composta dai Singalesi, di gran lunga predominanti nella parte occidentale e sud-occidentale. La minoranza più numerosa (18%) è composta dai Tamil, giunti in epoche remote dalla regione più meridionale della penisola indiana e insediatisi nella zona settentrionale e orientale dell’isola. Ottimi agricoltori, si dedicano anche alla pesca e al commercio e annoverano fra di loro apprezzati professionisti e dirigenti di imprese. I Mori di Sri Lanka, musulmani, costituiscono un’altra minoranza rilevante (7%); risiedono soprattutto lungo la costa meridionale del’isola dove sono giunti nel XII secolo provenienti dal Medio Oriente, dall’Indonesia e dall’Africa per svolgere attività commerciali alle quali sono dediti ancora oggi nella quasi totalità. Sono stati al fianco dei Singalesi nella lotta contro i Tamil, che non hanno risparmiato loro rappresaglie anche molto pesanti. Un cenno particolare meritano i Vedda, discendenti della popolazione primitiva dell’isola, oggi ridotti a poche centinaia di persone che abitano nella giungla della zona orientale. Sono primitivi, cacciatori nomadi (veddha significa cacciatore) e raccoglitori di radici e miele; abitano in grotte o in piccole capanne. Presentano caratteristiche somatiche austronesiane e negroidi: piccoli di statura, longilinei, barba e capelli neri, ondulati o ricciuti, naso infossato e largo. Le grandi opere di «modernizzazione» del territorio stanno sconvolgendo il loro ambiente e non è dato sapere se i Vedda autentici riusciranno a scampare a un’estinzione annunciata: alcuni gruppi oggi si sono sedentarizzati e si dedicano all’agricoltura (Vedda dei villaggi), o alla pesca (Vedda della costa). Restano da ricordare i Burgher, gli attivissimi meticci sparsi in tutto il Paese, ai quali hanno dato origine, come già detto, gli incroci fra i colonizzatori bianchi, soprattutto olandesi, e le donne indigene. Lingua ufficiale dello Stato è il singalese (sinhala), anticamente originario dell’India settentrionale, ma che ha subito l’influsso delle lingue locali e anche di quelle dei colonizzatori portoghesi, olandesi e inglesi. I Tamil, abbiamo visto, tendono a parlare la loro lingua, il tamil appunto, anch’esso lingua ufficiale di Sri Lanka, ampiamente diffuso nell’India meridionale. I musulmani parlano singalese o tamil secondo le zone di residenza, e riservano l’arabo ai riti e alle preghiere. L’inglese è conosciuto dai Singalesi scolarizzati e compreso dalla maggior parte della popolazione: è lingua «ufficiale» per i rapporti commerciali e nel turismo. Il Buddismo è religione di Stato praticata dal 69% della popolazione. COLOMBO Il nome odierno deriva da quello che le fu dato dagli Arabi (Kolamba) i quali ne frequentavano il porto già nel XIII secolo. La città sorge su una pianura monotona, si estende su un’area di un centinaio di chilometri quadrati e per oltre quindici chilometri si affaccia sull’Oceano Indiano. Con la sua area metropolitana conta oltre due milioni di abitanti. Colombo è frenetica e rumorosa nelle zone commerciale e degli affari, ma con anche bei quartieri tranquilli e viali alberati che da aprile a luglio sono un tripudio di fiori. Vanta alberghi di prim’ordine, piacevoli ristoranti e bar, diversi negozi ben forniti, numerose facoltà universitarie e il museo più grande dello Sri Lanka. Le visite Il Fort è un ampio quadrilatero, un tempo fortezza, al centro del quale s’innalza la Torre dell’Orologio del 1837 e dove si trova il Palazzo del Presidente. Oggi il quartiere del Fort è l’epicentro dell’attività amministrativa ed economica di tutto il Paese, e con grandi magazzini, bei negozi, uffici di compagnie aeree e un gruppo di edifici coloniali che gli conferiscono un tocco «vecchio impero». Il Pettah era, un tempo, il centro della città: vi costruirono le loro dimore i conquistatori mori, portoghesi e olandesi, e vi fiorì il commercio delle spezie. Oggi è sede di un vastissimo mercato (frutta, verdura, carne, e anche oggetti di bronzo, d’ottone e di giunco) e vi si visitano la moschea Jamil-ul Alfar, e i templi indù di Ganeshan, Old Kathiresan e Sri New Kathiresan. Vale la pena di passare per Sea street, la strada dei gioiellieri, e per Gobas Lane, un vicolo dove si possono trovare le erbe e i medicamenti naturali caratteristici della medicina tradizionale ayurvedica. Cinnamon Gardens è un quartiere residenziale riservato alla jet society, ricco di belle ville: vi hanno sede anche le ambasciate. Qui si trova il municipio (Town Hall) che per il suo colore bianco e per la sua architettura è la copia esatta, in dimensioni minori, della Casa Bianca di Washington: davanti si estende l’ampio parco Vihara Maha Devi che sarebbe bellissimo se qualcuno se ne prendesse maggior cura, come, per il medesimo motivo, splendido sarebbe il Museo Nazionale, il più grande e il più ricco dello Sri Lanka, che illustra la storia, la cultura e l’arte singalesi. Nel quartiere si trovano anche la Public Library, la biblioteca nazionale che raccoglie tutti i testi riguardanti il Paese; la Sala dell’Indipendenza che richiama lo stile di Kandy; il Memoriale Bandaranaike, moderno edificio per congressi e conferenze che il governo cinese donò nel 1970 per ricordare lo statista assassinato nel 1959. L’Art Gallery, infine, ospita mostre di artisti contemporanei ed espone una collezione di ritrattisti. Negombo A soli sei chilometri dall’aeroporto (37 chilometri a nord di Colombo), sull’omonima laguna larga ben quattro chilometri, è importante centro peschereccio e commerciale, con una quantità di alberghi che uniscono il vantaggio della località marina alla vicinanza con la capitale, e con numerosi ristoranti che servono pesce, aragoste e gamberetti. A Negombo, grazie alla presenza di Portoghesi fino al 1640, si è formata una vasta comunità cristiana e la località, per il gran numero di chiese cattoliche, s’è meritata il soprannome di «piccola Roma». Gli abitanti sono prevalentemente di etnia karava (singalesi e portoghesi di sangue misto) e di religione cattolica; abili pescatori, noti per l’arguzia e per lo spirito litigioso, grandi bevitori di arak. Il rientro dei tipici pescherecci a bilanciere, con lo scafo stretto e la vela marrone, dopo la nottata in mare, è spettacolo da non perdere, come anche l’asta del pesce che si tiene al Fort, fra contrattazioni gridate. Interessante è fare una capatina in qualche chiesa (come anche nella frequentatissima chiesa di Sant’Antonio a Colombo) dove le immagini dei santi sono ricoperte di ghirlande di fiori come divinità indù. É anche possibile effettuare qualche piacevole escursione fra le isole della laguna. Le spiagge del litorale, a onor del vero, non sono fra le più belle, ma gli alberghi offrono servizi di livello internazionale. ANURADHAPURA Nella regione centro-settentrionale dell’isola, la città dista 206 chilometri da Colombo e 100 da Polonnaruwa. I suoi abitanti sono per la maggior parte singalesi, buddisti, proprietari terrieri, imprenditori o funzionari governativi. Ci sono anche tamil, per lo più dediti all’agricoltura, e musulmani, commercianti. Le tre etnie convivono, ma nettamente distinte. La città moderna è bella, con viali, giardini, alberghi, luoghi di ritrovo, templi e monasteri, mentre la parte vecchia non presenta attrattive. Ciò che attira fin da queste parti è la zona archeologica che racchiude splendide rovine che abbracciano un periodo di storia di ben 1800 anni. La città di Anuradha (cioè «Dea della Luce»), infatti, fu fondata fra il V e il IV secolo a.C. dal mitico re Anura (a lui alcuni storici fanno risalire il nome della città) e fu capitale del regno di Lanka fino al X secolo d.C.. La caratteristica di centro religioso buddista, già dominante fin dalla fondazione, fu accresciuta quando dall’India venne portato un ramoscello del ficus sotto il quale, secondo la tradizione, il Buddha ricevette l’illuminazione (III secolo a.C.), e ancor più quando giunse la veneratissima reliquia del sacro dente (340 d.C.), poi trasferita a Polonnaruwa e infine a Kandy. Il periodo di massimo splendore della città fu nel VII secolo, ma già nel I secolo Anuradhapura aveva raggiunto l’importanza di una capitale non solo religiosa. Le origini e lo splendore della città sono descritti e si confondono coi miti del Mahavamsa, il testo fondamentale della tradizione storico-religiosa di Sri Lanka, che tramanda che Anuradhapura avrebbe occupato un’area di circa cinquecento chilometri quadrati, arrivando a essere la città più grande della terra, con decine di migliaia di abitanti, e ricca di sontuosi palazzi a più piani (perduti) e di templi, i resti di molti dei quali si possono vedere ancora oggi. La sua fortuna finì definitivamente nel X secolo, in seguito a un’ennesima, questa volta vittoriosa invasione dei Tamil dall’India meridionale: la capitale del regno Lanka fu trasferita a Polonnaruwa, mentre Anuradhapura fu abbandonata a distruzioni e saccheggi, e ripresa dalla foresta. I soliti Inglesi, nel 1817, capirono che la giungla celava qualcosa di molto importante, ma gli scavi iniziarono quasi un secolo dopo (1912). L’area archeologica, protetta dall'UNESCO ( https://youtu.be/kANDZqkicOU - https://youtu.be/CAeVXUihzMw ), rispecchia il forte accento spirituale che molti monumenti, meta di pellegrinaggi, ancora conservano. Fra tutti gli stupa (che qui chiamano dagoba) di Anuradhapura spicca il gigantesco Ruwanveli Maha Seya (II secolo a.C.), voluto dal re Dutugemunnu per celebrare la vittoriosa guerra contro i Tamil. Dell’originale, descritto di una grandiosità sbalorditiva, è testimonianza quanto è rimasto dopo i lavori di restauro e di ricostruzione del XIX secolo: uno stupa alto 102 metri con una circonferenza di 286; certamente fra i più particolari dell’isola. Sulla sommità del pinnacolo, un cristallo di rocca emette raggi di luce improvvisi e mutevoli al chiaro di luna, solo che vi si passeggi intorno, conferendo al monumento una suggestione particolare. utt’intorno, la piattaforma è sorretta da una parata di elefanti; ciò che resta dei 1600 originari. I fedeli pregano percorrendo in senso orario la circonferenza dello stupa e offrendo frutti e fiori presso le cappelle poste ai quattro punti cardinali: l’interno, come per tutti gli stupa, è pieno e quindi senza ambienti. Relativamente vicino al precedente è un altro stupa assai venerato, Thuparama, il più antico dello Sri Lanka (III secolo a.C.), eretto per conservare la clavicola destra del Buddha, donata dall’imperatore indiano Ashoka al re Tissa. Lo distinguono la selva di colonne monolitiche in triplo cerchio dai bei capitelli scolpiti, che dovevano sorreggere l’architrave del tetto: bello e «moderno» è il contrasto di linee e colori fra il bianco stupa e le colonne scure. Il punto più sacro di Anuradhapura è il tempio Sri Maha Bodhi eretto per onorare il ficus religiosa nato dal ramoscello di quello originale sotto il quale il Buddha ricevette l’illuminazione, e portato dall’India da Sanghamitta, figlia di Ashoka, 2300 anni fa. Il tempio non vale gran che, ma il veneratissimo albero (sorretto da brutte strutture metalliche) è meta di pellegrinaggi da tutto il mondo buddhista. Di interesse più specificatamente artistico, all’estremità settentrionale del parco archeologico, è il complesso Abhayagiri dove si ammirano alcuni capolavori dell’arte singalese. L’Abhagiri vero e proprio è il grande stupa detto «Montagna della sicurezza», alto 75 metri e con una circonferenza di 350, che risale al I secolo a.C.; l’attiguo monastero, nota scuola dottrinaria, è stato restaurato e ampliato nell’VIII secolo d.C.. Questi sono solo i monumenti più importanti, ma il parco archeologico è tanto vasto che non è qui possibile richiamare tutte le visite. Avukana Una deviazione dalla strada fra Anuradhapura e Polonnaruwa permette di raggiungere la statua di Avukana (50 chilometri da Anuradhapura), un altro capolavoro dell’arte singalese. Alta quattordici metri, fu scolpita in un solo blocco di roccia per volontà del re Datusena, il padre di Kassyapa di Sigiriya, nel 460 d.C.. Mostra il Buddha in piedi che, in modo inconsueto, indica la tunica: ciò pare voglia significare che, una volta raggiunto il nirvana, non occorre più nulla per riparare l’uomo dai bisogni terreni. Quale che sia l’interpretazione del gesto, la maestosità della figura e la finezza della fattura la collocano fra le più belle opere dell’arte singalese. Un brutto arco di mattoni protegge la statua dalle intemperie. La vicina statua del Buddha di Sasseruwa, pure se non maestosa come l’altra, è comunque molto bella, e chiaro è l’influsso della scuola dell’ignoto maestro che ha scolpito la prima. SIGIRYA Il villaggio, a 169 chilometri da Colombo (60 da Polonnaruwa), è minuscolo: qualche decina di case in una pianura con ricche coltivazioni di peperoncino delle quali si occupano prevalentemente i pochi abitanti. Il nome, che nell’antico singalese corrisponde a «Rocca del Leone», si deve a una rocca naturale di gneis (roccia costituita prevalentemente di quarzo rossastro-giallognolo) che domina il villaggio con la sua possente mole di duecento metri di pareti a picco, un’isola ben visibile anche da lontano nella verde pianura. Monaci eremiti già vi abitavano nel III secolo a.C., come testimoniano alcune iscrizioni brahmaniche (cioè del primo periodo induista) che si possono leggere in alcune delle ventitré grotte che si aprono sul lato occidentale del colle. La celebrità di Sigiriya, tuttavia, si deve al re Kassyapa (V secolo), salito al trono dopo aver ucciso il padre e spodestato il fratello Mogallan, costringendolo alla fuga. Per paura della sua vendetta, il malvagio monarca fece qui edificare due fortezze, una ai piedi del picco e l’altra sulla sommità, per quell’epoca imprendibili, e da qui governò per quattordici anni, diventando anche mecenate, forse per farsi perdonare i misfatti. Per sua volontà, infatti, le fortezze divennero residenza sicura quanto splendida, come dimostrano le figure femminili dipinte sulla roccia e altre ancora che richiamano leggende. Il regno di Kassyapa finì nel 485 quando il re si suicidò, sconfitto in battaglia dal fratello il quale distrusse anche le fortezze. In pochi anni la foresta riprese il sopravvento sulla rocca fino al XIX secolo, quando fu scoperta casualmente. È protetta dall'UNESCO ( https://youtu.be/AJYyp_t4NEc - https://youtu.be/IQZIXZRXmGE ) La rocca Le Fanciulle di Sigiriya, forse figure di cortigiane o forse di dee, sono una ventina, affrescate in un anfratto a mezza altezza della parete rocciosa. Costituiscono senza dubbio un capolavoro di morbidezza e naturalezza che acquista quasi dimensione tridimensionale grazie alla curvatura della parete. Oggi, oltre alle splendide figure dipinte, si visitano i resti delle fortezze: quelli sulla cima si raggiungono «scalando» temerarie (ma sicure) scalette metalliche sconsigliabili a chi soffre di vertigini. La salita, aspra nell’ultimo tratto, richiede circa un’ora: è quindi prudente evitare le ore più calde. Più dei ruderi vale la bella vista panoramica. HABARANA Il nome significa «Piana della battaglia», a ricordare che qui si svolse lo scontro finale fra Kassyapa, il re parricida e usurpatore di Sigiriya, e il fratello Mogallan, nel 495 d.C. La località, a 45 chilometri da Polonnaruwa, non presenta alcuna particolarità, ma è frequente punto di sosta per la presenza di buoni alberghi. POLONNARUWA A 216 chilometri da Colombo e a 137 da Kandy, la città odierna non conta più di mezzo secolo e sorge anch’essa, come l’antica, sulle rive del lago artificiale Parakrama Samudra. Numerose opere irrigue rendono fertile questa zona che pure appartiene alla regione secca. Lago e sistema di irrigazione risalgono al XII secolo, capolavori dell’ingegneria del tempo, e ancora oggi assicurano il sostentamento degli abitanti della zona che per la maggior parte sono agricoltori. L’antica Polonnaruwa sorgeva poco discosta dalla nuova, sempre sulle rive del lago, e le sue vestigia si trovano sparse in un’area archeologica lunga ben otto chilometri. Fu fondata nel IV secolo e velocemente assunse grande importanza nel regno Lanka. Il regno, fra i secoli VIII e IX, era meta di frequenti invasioni dei Tamil indiani, e gli abitanti dell’allora capitale Anuradhapura, con re e maggiorenti, trovavano spesso qui rifugio sicuro; eppure in città viveva una numerosa colonia tamil e la sua difesa era affidata a forze mercenarie tamil. Per le sempre più frequenti scorrerie indiane, la maggior parte della popolazione della capitale finì col trasferire a Polonnaruwa la propria residenza, tanto che, nel 1055, il re Vijaya Bahu vi trasferì anche la corte, facendone la capitale del regno, e con ciò dimostrando che le due etnie potevano convivere pacificamente. Dalla pacifica convivenza di tamil e singalesi trassero grande beneficio economia, arte, cultura e scienze. Il secolo successivo, il XII, per merito del re Parakramabahu segnò il periodo d’oro dell’isola. Il re seppe tenere a bada gli Indiani e promosse importanti opere pubbliche: ospedali, scuole, templi e il lago artificiale che da lui prese il nome. Pace e benessere cessarono fra la fine del XIII secolo e l’inizio del XIV, quando i guerrieri del regno indiano di Kalinga s’abbatterono, vincitori, sull’isola. Polonnaruwa, saccheggiata e distrutta, venne abbandonata dalla popolazione e le sterpi si impossessarono delle rovine per secoli. Riscoperta dagli Inglesi alla metà del XIX secolo, nell’antica città iniziarono gli scavi e le ricerche. L’area archeologica è protetta dall'UNESCO ( https://youtu.be/BiHH4d-BbeU - https://youtu.be/RjNkLpHtkhI ) Le rovine che, come abbiamo già detto, si estendono per otto chilometri sulla riva orientale del lago, testimoniano dell’alto livello di civiltà raggiunto e dell’organizzazione sociale articolata del regno, nel governo del quale i re si avvalevano anche della collaborazione di una specie di assemblea parlamentare. Le distanze consigliano di muoversi in auto, meglio se con un autista che conosce il posto poiché la segnaletica è carente. I più sportivi possono noleggiare una bicicletta, salvo poi vedersela col sole implacabile. Numerose sono le soste importanti: il tempio Tivanka Pilimage (XI secolo) con una notevole e strana statua, decapitata, del Buddha dai lineamenti femminili, bellissimi affreschi e decorazioni, e le effigi di divinità indiane; la Vasca del Loto (XII secolo), per le purificazioni, cosiddetta per le sue gradinate a forma di loto, otto quanti sono i sentieri buddisti al nirvana; lo stupa Damala Maha Seya (XII secolo), a cima tronca, voluto dal re Parakramabahu, il cui nome (damala significa «schiavi») indica chiaramente che fu edificata da prigionieri di guerra: si pensa del regno indiano di Madurai; il gruppo Gal Vihara (XII secolo), vero gioiello dell’arte singalese, di tre statue di grandi dimensioni e di squisita fattura, scolpite in un unico blocco di roccia, ciò che resta di un tempio rupestre andato distrutto: di qui il nome di Gal Vihara, cioè «Tempio di roccia nera»; l'enorme e spettacolare tempio Lankatillaka (la Gloria di Lanka) con una gigantesca statua acefala del Buddha, oggi a cielo aperto, grandi bassorilievi e i pilastri con le raffigurazioni degli dèi guardiani del tempio. E ancora: l'Alahana Parivena Gal Vihara (XII secolo), l'area dedicata alla cremazione dei membri della famiglia reale e alla conservazione delle loro ceneri; la grande dagoba Rankot Vihara di 175 metri di circonferenza e 55 di altezza; i templi centrali e quelli del lago; la particolare pagoda, a gradoni, Satmahal Prasada (XI-XII secolo); gli edifici pubblici civili dell’antica città; il Monastero-biblioteca Potgul Vihara (X secolo), circolare e circondato da sale di lettura secondo l’usanza cambogiana. Per completare la conoscenza dell’antica Polonnaruwa resta da visitare il Museo Archeologico cittadino: alcuni reperti di qui si trovano nel museo di Anuradhapura. DAMBULLA Grotte buddiste si aprono sulla cima della Rangiri, o «Roccia d’Oro», una rupe alta 110 metri. Bella la vista che si gode da lassù: una vasta prateria con alte erbe, lievemente ondulata, oltre la quale lo sguardo spazia fino a Sigiriya. Nelle grotte trovò rifugio Valagambahu, re di Anuradhapura, quando i Tamil invasero la sua capitale, e a lui si devono le opere più antiche (I secolo a.C.), almeno quelle risparmiate dal tempo e da restauri scarsamente rispettosi dell’originale. Le grotte sono protette dall'UNESCO ( https://youtu.be/es-xOlmZEN8 ). Stravaganti decorazioni che richiamano le facciate delle chiese coloniali ornano gli ingressi delle cinque grotte. Gli interni, immersi nel buio, lasciano intravedere l’oro, il rosso, il blu cobalto delle statue e dei dipinti che li ornano, creando un’atmosfera misteriosa e quasi magica, sicuramente adatta alla meditazione. Alla luce della torcia elettrica (non scordatevela) appare un universo di Buddha di ogni dimensione, scolpiti e dipinti: nella grotta più grande (la seconda) ce ne sono ben sessantasei. In particolare, la prima grotta, piuttosto stretta, ospita una statua del Buddha reclinato, lunga tredici metri, ancora unita alla roccia nella quale è stata scolpita nel I secolo a.C. da un ignoto ma certamente valente artista. Maha Vihara, la più grande (53 metri di lunghezza, 23 di larghezza, 7 di altezza), è interamente affrescata: di particolare interesse sono le due rappresentazioni del Buddha in meditazione e circondato da monaci che stanno per raggiungere il nirvana. Non meno interessanti sono i dipinti degli episodi della vita del Buddha, le statue di re e gli affreschi che ne ricordano le gesta. Meno grande della precedente è la terza grotta, sul soffitto della quale, per opera di artisti diversi, il Buddha in meditazione è raffigurato quasi mille volte: numerose anche le statue. Nella quarta, normalmente non aperta ai visitatori, un tempietto che conteneva i gioielli della regina moglie del re Valagambahu è stato profanato da ladri sacrileghi nel 1981. La quinta grotta non contiene nulla di interessante. Il complesso è completato da un tempio di epoca più recente. Si accede al complesso religioso per una rampa rocciosa lungo la quale sostano mendicanti e scimmiette (fastidiose e aggressive se sollecitate). É consigliabile farsi accompagnare da una guida, se possibile un monaco. Il complesso resta chiuso fra le 11 e le 14. KANDY Bagnato dal fiume Mahaveli Ganga e impreziosito da un laghetto, il maggiore centro dell’interno (oltre 200.000 abitanti), bastione storico del Buddismo isolano, sorge in bella posizione al fondo di una conca dell’altopiano centrale, a 500 metri di altezza e a 116 chilometri da Colombo. La fondazione della città risale al XIV secolo. Nel XVI secolo il Principato di Kandy fu occupato dal Portoghesi, poi dagli Olandesi nel 1763, ma in ambedue le circostanze i sovrani indigeni riuscirono a riaffermare la propria indipendenza, che cessò definitivamente nel 1815 per opera degli Inglesi. Se Colombo è la capitale economica dello Sri Lanka, Kandy ne è l’indiscussa capitale culturale, sede della più prestigiosa università del Paese e anche di antichi e famosi monasteri nei quali fervono studi teologici, storici, linguistici e artistici. Bella, e un po’ nostalgica dei tempi passati, la città, protetta dall'UNESCO ( https://youtu.be/XXAHZrf3mkQ ), si presenta vivace fra vecchi negozi, animati mercati, pellegrini e turisti. La visita Partendo dal vittoriano Queen’s Hotel, nel centro della città, attraversato un vicino ponte sul Mahaweli, s’incontra il Royal Park, un piccolo ma interessante e piacevole orto botanico, e si arriva su uno spiazzo dal quale si domina il lago artificiale chiamato Kiri Muhunda («Mare Bianco»), fatto scavare dal re Sri Wickrama Rajasinha nel 1807 allo scopo di garantire una riserva d’acqua alla sua capitale: dallo spiazzo si gode il panorama più bello della città. Sull’isoletta al centro del lago si erge il leggiadro padiglione del «Bagno delle Regine» fra le rovine del «Palazzo della Frescura». Il vicino Kandyan Art Association & Cultural Centre accoglie mostre di artisti locali e un teatro dove si può assistere a spettacoli di danze popolari. Qui si possono acquistare oggetti dell’artigianato singalese. Il celeberrimo Tempio del Dente (Dalada Maligawa), in riva al lago, è uno dei più venerati del mondo buddista perché vi è conservato, in un prezioso reliquario a forma di stupa, un canino, lungo due centimetri e mezzo, che la tradizione vuole sia sacra reliquia del Buddha. Secondo la leggenda, il dente giunse sull’isola nel IV secolo d.C. portato da una principessa indiana e per conservarlo adeguatamente fu costruito un vasto complesso monastico. Nessuno può vederlo perché è custodito in un piccolo dagoba che racchiude sette scrigni d’oro, infilati l’uno nell’altro: i fedeli e i visitatori sono ammessi alla «Sala della Visione Gioiosa» dove si può anche assistere alle tre funzioni giornaliere celebrate dai monaci. Nel tempio si ammirano, fra statue, candelabri, stendardi e decorazioni preziose, anche due pregevoli statuette del Buddha: una di smeraldo (alta sette centimetri), l’altra di purissimo cristallo di rocca. La biblioteca del monastero (pittiryppuva) conserva preziosissimi manoscritti su foglie di palma incorniciate d’argento o d’avorio. Dell’ampio complesso di edifici, padiglioni e logge del Palazzo Reale restano solo alcune sale adibite a Museo Archeologico e a Museo Nazionale nei quali non mancano oggetti di un qualche interesse: maschere, armi, gioielli, abiti. Il Mercato coperto, costruito dagli Inglesi, merita una visita sia per lo shopping che per l’atmosfera. A proposito di acquisti, a Kandy trovate tanti bei negozietti che vendono i prodotti tipici dell’artigianato singalese. Appena fuori città (raggiungibile in autobus), si visita il Giardino di Peradeniya che è considerato, e giustamente, uno dei più belli e interessanti giardini botanici del mondo, esteso su sessanta ettari a 488 metri di altitudine, con cinquemila specie vegetali. All’entrata, uno splendido esemplare di Albero del Paradiso (amherstia nobilis); poi una giungla riprodotta e bambù giganti, magnolie, orchidee, palme di Cook alte trenta metri, alberi dai frutti strani o dalle cortecce multicolori, enormi ficus e, notevolissimo, un ficus benjamina la cui chioma ha un diametro di cinquanta metri e ricopre un’area di 1521 metri quadrati. Il tutto fra aiuole, specchi d’acqua, ponticelli e viali curatissimi (vi lavorano trecento giardinieri) e scenografici, così come i progettisti inglesi del secolo scorso li disegnarono. Visite dalle 7.30 alle 18. Non lontano, l’Università inaugurata nel 1942 è frequentata da un migliaio di studenti, in maggioranza donne. Siamo al confine della Riserva di Udawattakele, una delle più importanti dell’isola per osservare l’avifauna indigena e ricca di orchidee e farfalle rare. NUWARA ELIYA Nuwara Eliya è un altro mondo. Siamo a 1900 metri di altitudine, ai piedi del Pidurutalagala o «Monte San Pietro», il più alto dell’isola (2424 metri). Gli Inglesi arrivarono qui nel 1826, nel corso di una battuta di caccia, ne apprezzarono il clima fresco (fra gli 8 e i 22 gradi tutto l’anno) che richiamava quello di casa e ne fecero il loro rifugio dal caldo tropicale e dalle febbri malariche della costa. Sorse così la Nuova Scozia singalese, ricca di ville di stile vittoriano, tudor e georgiano. L’aria piacevolmente profumata di menta selvatica, poi, e l’ambiente montano, hanno valso a Nuwara Eliya anche l’appropriato soprannome di Svizzera d’Oriente. Ancora oggi le casette coi portici, le aiuole ben tenute, la torre dell’orologio, l’ufficio postale di mattoni rossi, l’ippodromo, il campo da golf, le ville, gli alberghi di stile coloniale anche nel servizio lussuoso, tutto congiura per riportare alla memoria terre e tempi lontani. Anche solo per un tè, gustatevi l’atmosfera dello Hill Club ( https://www.hillclubsrilanka.lk/ ), ospitato in una residenza di piantatori coloniali che risale al 1876, distante una decina di chilometri dal centro: ha campo da golf e quattro campi da tennis ed è immerso in un’ambiente collinare fra piantagioni di tè e bei giardini. Da Nuwara Eliya si può raggiungere in treno panoramico un'altra località climatica, Ella, e da lì scendere verso la costa meridionale, nella regione di Hambantota. A 65 chilometri da Capo Dondra, il punto più meridionale dell’isola (di fronte, oltre l’Oceano Indiano, a 10.000 chilometri di distanza, le prime terre che si incontrano sono quelle dell’Antartide), Hambantota è località marina nota come porto dei sampan, a ricordare che i suoi abitanti sono di origine cino-malese. La baia di Hambatota è bella, ma non si arriverebbe fin qui solo per questo: in effetti questo è il centro di varie escursioni naturalistiche davvero importanti. Una conduce al Parco Nazionale Bundala, eccezionale oasi ornitologica popolata da tutte le specie di uccelli acquatici isolani e da grandi stormi di uccelli migratori in stagione. Vi abbondano arzavole, cicogne, fenicotteri e pellicani. Un’altra meta naturalistica è il Parco Nazionale Ruhunu (noto anche come Parco di Yala dal nome della cittadina che vi sorge a sud) che si affaccia per cinquanta chilometri sull’Oceano. Il parco è per estensione (1259 chilometri quadrati) il secondo dello Sri Lanka e senza dubbio il più interessante e attrezzato. La zona centrale, rocciosa, quasi priva di vegetazione perché povera d’acqua, spinge gli animali verso le zone costiere dove l’acqua di diversi fiumi favorisce una folta vegetazione. Lo popolano bufali, cervidi, cinghiali, elefanti, leopardi, coccodrilli e varie specie di volatili caratteristici della regione, fra i quali primeggiano i pavoni. Nella zona centro-settentrionale del parco, la Riserva Ornitologica di Kumana, è particolarmente ricca di svariate specie di uccelli. Il confine settentrionale, poi, lo divide dal Lahugala Elephant Sanctuary che, come dice il nome, è popolato da elefanti, già presenti in gran numero nello stesso parco Yala. Lungo la costa, infine, si trovano altre riserve ornitologiche: Karagan Lewaya, Hambatota Maha Lewaya, Embilikala Kalapuwa, Bundala Lewaya. Tutte le riserve costiere presentano paesaggi pittoreschi e assai variati fra lagune, paludi, corsi d’acqua, laghi, spiagge, giungle, savane e radure. Le popolano grandi stormi di uccelli, sia residenti che migratori. Davvero una zona da raccomandare agli appassionati. LE SPIAGGE DEL SUD Seguendo la strada litoranea (Galle Road) che da Colombo segue il profilo dell’isola fino alla punta meridionale e oltre, lungo la costa sud-occidentale, a circa quaranta chilometri dalla capitale, e per oltre trecento, la natura equatoriale mantiene un dominio incontrastato fra estesi palmizi, alberi di mango e del pane, enormi baniani, profumati frangipane, gelsomini e ibisco, grandi buganville e bananeti a ridosso di spiagge dorate e belle baie protette dalla barriera corallina. Fino a Galle e oltre si susseguono numerose località balneari che nei tempi più recenti, grazie anche ai problemi etnici che hanno afflitto la costa orientale, hanno fatto registrare uno sviluppo eccezionale: Kalutara, Beruwala, Bentota, Kosgoda, Balapitiya, Ambalangoda, Hyccaduwa, Baddebama. GALLE A 116 chilometri da Colombo, la città più importante della costa meridionale conta più di 100.000 abitanti, molti dei quali discendenti di quegli arabi, commercianti e artigiani come gli attuali, che, fra i primi, vi approdarono. A onor del vero, pare che Galle sia la mitica Tarshish dell’antico Testamento, di Plinio e di Tolomeo, dove i vascelli del re Salomone facevano rifornimento di spezie e pietre preziose, ma la prima notizia storica risale solo al 1267. Sicuramente nel XIV secolo era già sorta la città di Kali (antico nome di Galle), prospera per il commercio degli attivissimi mercanti arabi. L’importanza già notevole della città aumentò quando divenne dominio dei Portoghesi (1597) e ancor più, dal 1643, con gli Olandesi, dei quali resta, all’interno delle possenti mura rafforzate da massicci bastioni del vasto forte (36 ettari) del 1663, il quartiere coloniale dalle strade anguste e dalle case nel tipico stile nordico europeo. Il forte occupa il promontorio che delimita la baia portuale e tutto all’interno delle mura è il centro storico, protetto dall'UNESCO ( https://youtu.be/PgjKEi5geXE ), che vanta alcuni bei palazzi pubblici fra i quali spiccano il Tribunale, la Groote Kerk edificata nel 1755 dalla Compagnia delle Indie Orientali, l'hotel Closemberg che fu residenza dei governatori ( http://www.closenberghotel.com ) e l’albergo New Oriental (1684) oggi Amangalla, già sede del quartier generale del comando olandese, che conserva l’atmosfera esotica del periodo coloniale con mobili e quadri dell’epoca, e dove vale la pena di andare anche solo per un tè ( https://www.aman.com/resorts/amangalla ). Galle restò, fino al 1880 quando fu sostituta da Colombo, il porto più importante dell’isola; oggi è una placida vecchia signora, dedita al turismo e al commercio. Rinomate sono le botteghe degli artigiani locali, abili soprattutto nella lavorazione dell’ebano, nella produzione di merletti e nel taglio delle gemme. MATARA A cinquanta chilometri da Galle, Matara è una delle città più importanti dell’isola. Fu fondata dai Burgher, i coloni europei che avevano sposato donne singalesi, i cui discendenti costituiscono il gruppo più attivo della società singalese. Sorge alla foce del fiume Nilwala e conserva il bel forte olandese, palazzi coloniali e case di ogni epoca in una mescolanza di antico e modernissimo che si ripete nei vestiti, nelle vetture, nei negozi, e rende interessante questa indaffaratissima città. Testi estratti dalla guida "Sri Lanka e Maldive" - © Livingston & Co. Fotografie: © F. Manduca, Sri Lanka T. B. IL CLUB DEI VIAGGIATORI Il viaggio scelto da Livingston & Co. per una panoramica di Sri Lanka. TOUR CLASSICO DELLO SRI LANKA Programma (7 giorni/6 notti): Colombo – Sigirya – Polonnaruwa – Habarana – Dambulla – Matale – Kandy – Nuwara Eliya – Pinnawela Partenze mercoledì, venerdì e domenica da Colombo Quote scontate CdV (per minimo 2 persone) da € 912 per persona Supplemento camera singola: € 300 Sistemazioni: hotel budget o ***** Trattamento di pensione completa Guida locale in italiano Potete richiederci il programma dettagliato inviandoci una mail a livingstonclub@libero.it. Se, poi, desiderate prenotarvi, vi metteremo in diretto contatto con l'operatore turistico di fiducia cui è demandata l'organizzazione tecnica per tutti gli altri dettagli e finalizzare la prenotazione stessa. Un programma di 12 giorni per una conoscenza del Paese più approfondita è disponibile su richiesta. È sempre possibile prolungare con soggiorno mare, magari nelle vicine Maldive.

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