Come il volo lontano degli uccelli nella pace della sera

photo
Gilgamesh Edizioni
Postato su Facebook
Data domenica 31 marzo 2019
Condivisioni -
Piace a 0
Commenti 0
"In volto, tra filosofia e misticismo. Un libro per imparare a "vedere". Grazie a Ilaria Scarcella per il bellissimo articolo. Ritrovare (o diventare) se stessi. In dialogo con la natura, ma anche con l’arte, il cinema, la letteratura. Dentro “l’inferno” della contraddizione, per ritrovare la semplicità perduta. Attraverso la bellezza, la contemplazione, l’esercizio della consapevolezza, la meditazione. Chiedendosi cosa sono quei momenti di grazia in cui ti senti in perfetta armonia con le cose, «dentro una pace sovrumana», che volendo puoi chiamare anche “incontro con Dio”, o con l’altrove, l’infinito, la parte migliore di noi, «ciò che ci supera». Quello di Fabrizio Tassi può sembrare un libro mistico, anzi lo è. Un libro spirituale, e lo è. Un testo filosofico, e lo è. Ma è anche molto altro. Qualcosa di impossibile da tradurre in un romanzo. Anche se dentro ci sono racconti, soggetti per il cinema, testi teatrali (editi e inediti)... Il racconto metaforico sminuirebbe il messaggio. E allora cosa resta? L’unione di frammenti di vita, esperienze e situazioni, “uno zibaldone di pensieri” che diventa Come il volo lontano degli uccelli nella pace della sera (edito dalla casa editrice mantovana Gilgamesh). A parlare del libro, per l’ultimo appuntamento con le Domeniche letterarie organizzate da Iniziativa Donna in collaborazione con l’Altra Libreria, domenica 17 marzo in una sala consiliare del Castello strapiena, c’era proprio Fabrizio, nel luogo dove è nato e da dove ha preso “il volo” per diventare critico cinematografico, giornalista, scrittore, organizzatore culturale. A dialogare con lui Daniela Colla, che lo conosce da anni e si vede. Ma anche le letture di Maurizio Brandalese, «che sa dare un’anima alle parole». Il libro non è per tutti, lo si capisce subito. È rivolto a chi sta cercando qualcosa oltre se stesso e, una volta in cammino, si ritroverà ad affrontare un percorso tortuoso districandosi tra filosofia, trascendenza, buddhismo, mistica cristiana, in un moto incostante che delinea metaforicamente il nostro essere umani. Alla fine del percorso, chi si è lasciato trasportare capirà che oltre a Fabrizio e alla sua vita, c’è anche la nostra. Ricordi, incontri, ritrovamenti, pezzi di libri mai scritti (perché lui ama le cose incompiute), i film, il sé e l’io. Tanta biografia: parole commosse dedicate ai genitori, al fratello scomparso, alla moglie e ai figli, che lui stesso definisce “miracoli”, e non secondo l’accezione cattolica del termine, ma secondo la sua etimologia, dal latino “miraculum”, cioè “cosa meravigliosa”. Un autore con grandi capacità di linguaggio, che riesce a parlare per immagini, un po’ come i suoi film preferiti, da Malick a Kubrick, dai fratelli Coen fino a Villeneuve, per citarne solo alcuni. «Qualche anno fa mi sono imposto di usare più spesso la parola “grazie” – esordisce Fabrizio. – La gratitudine fa bene a noi e agli altri. Di quante cose dobbiamo essere grati ogni giorno, ogni momento, che diamo per scontato. Spesso siamo irrigiditi nei nostri desideri, nei nostri bisogni. Dire grazie “allarga”, rilassa, rappacifica. Questo libro è un grande grazie per tutte le cose ricevute». Il libro, nonostante la sua frammentarietà, ha un filo nascosto (Anderson a parte), legato da parole chiave che compaiono, scompaiono e ritornano. A partire dal verbo “vedere”, che per Fabrizio ha un significato particolare, visto il suo lavoro nel mondo del cinema. «C’è una bella differenza tra guardare le cose e vederle per davvero. Il buon cine- ma è uno strumento che ci può aiutare a guardare, riesce a farti vedere le cose in profondità. Noi spesso non vediamo le cose ma l’idea che abbiamo di quel- le cose. Non parliamo alle persone ma all’idea che ci siamo fatte di loro. Anche quando pensiamo a noi stessi, pensiamo alle esperienze che ci hanno formato, agli accidenti e ai condizionamenti. Imparare a vedere significa andare al di là di queste etichette. Il mondo in cui viviamo dipende dal modo in cui lo guardiamo. Poi, quando si impara a guardare davvero, in qualche modo ci si ritrova guardati dalle cose. Non è una cosa che si impara da un giorno all’altro ovviamente... è la pratica di una vita». Un autore innamorato delle cose che finiscono dove iniziano. «Faccio fatica a finire le cose. Credo davvero nel potere delle cose a metà, del frammento, del momento, della piccola cosa. Amo l’incompiuto anche perché dentro il “non finito” si apre lo spazio perché accada qualcos’altro, perché si manifesti qualcosa di misterioso. Non credo alla fine costruita, al progetto, preferisco le cose in sospeso che lasciano spazio ad altre domande... Perché la continua ricerca di sé, delle cose, delle persone è fondamentale. Farsi la domanda giusta, e farsela bene, è molto più importante che darsi una risposta». Una lezione di vita, di cinema, di parola. Un manuale di istruzioni per vivere non meglio ma pienamente, con quella profondità che ci consente di lasciarci andare, “in caduta libera”, e scoprirsi felici. (laria Scarcella)

Non solo libri...